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Passion economy: la monetizzazione delle passioni

Che i grandi operatori della sharing economy come Uber, JustEat, AirBnb e gli altri siano ben distanti dall’etimologia del termine sharing si era capito da un pezzo. Così come le condizioni e i diritti di alcuni lavoratori sono lontane dal concetto di self-employment, inteso come sviluppo dell’auto-imprenditorialità e della professione (infatti, il termine appropriato è gig economy, da “gig”, lavoretti).

Sul blog di Andrew Chen è apparso questo interessante articolo che “fissa” il concetto di Passion Economy. Si riferisce alla crescita esponenziale dei modi e del numero di persone che monetizzano le proprie passioni e la propria expertise, proponendo contenuti e servizi su piattaforme digitali.

Come Outschool, Udemy o Thinkific, che permettono a chi ha una competenza di vendere corsi, i quali vengono acquistati dai genitori per completare la formazione dei propri figli, oppure da professionisti che vogliono specializzarsi. O nel caso di Substack, una piattaforma per abbonarsi a newsletter di proprio interesse, dove i principali writers possono incamerare cifre piuttosto rilevanti dagli abbonati. Oppure Havenly, dove gli interior designer prendono committenze da remoto e gestiscono la relazione con i clienti totalmente online. 

Certo, le casistiche sono infinite e chi ottiene ricavi sensibili dalla vendita di contenuti o servizi è solo una percentuale ridotta. Tuttavia, se sommiamo l’ascesa di questo trend, trasversale sia per settori / passioni che per livelli di autorevolezza, con il boom di streamer, youtuber e podcaster, tra cui si annidano anche casi di successo ed estrema popolarità, si assiste ad una vera e propria “imprenditorializzazione” dei singoli. Un fenomeno contrapposto proprio a quell’appiattimento professionale della gig economy, perché basato sulla valorizzazione delle capacità esclusive di chi propone contenuti al pubblico pagante.

Da questo spunto sull’ascesa di una Passion Economy, cioè sulla “monetizzazione delle passioni”, si aprono alcune riflessioni:

Partiamo dall’interrogativo che viene dal cuore: possiamo essere certi che i più celebri content producers siano i migliori in assoluto? O sono semplicemente quelli che riescono a cavalcare meglio lo strumento? L’insegnante con più corsi venduti su Outschool è la più brava o ha soltanto compreso prima e meglio come utilizzare la piattaforma? 

La social proof è garanzia fino ad un certo punto, dopo si innescano meccanismi di celebrità per cui il nome viene prima del contenuto (sarà che non lo amo particolarmente, ma penso ad un Montemagno). In un post su Wolf (leggibile solo da abbonati, per l’appunto!) si parla di come produrre desiderabilità per i contenuti, ossia renderli talmente appetibili da essere comprati o sottoscritti (quello che stanno tentando i giornali in versione digitale, per capirci).

E poi, c’è il marketing degli enti di formazione (università comprese, ne ho scritto qui). Offrire contenuti extra, “impacchettati”, fruibili a piacimento, magari con approfondimenti non affrontati in aula, è dove le accademie possono differenziare. Le società di formazione lo fanno già, come ad esempio gli amici di Digital Update, che offrono integrazioni online ai corsi in aula.

La logica non dovrebbe tanto essere quella delle registrazioni lasciate ai frequentanti, per intenderci, ma quella del contenuto alternativo, aggiuntivo, meglio se pratico e, perché no, recapitato tipo newsletter. Insomma, per chi vuole formarsi, meno aula, meno spostamenti e costi più ridotti. 

Un cenno anche sui target, dove tenere d’occhio i cosiddetti “lifelong learners“, i curiosi di conoscenza tout court. Un segmento cross-demografico di persone che amano formarsi continuamente, su più sfere, sia tecniche che personali e inseguendo le proprie passioni. Sul terreno del self-improvement si aprono scenari ancora non del tutto immaginabili. Personalmente, sono un felice utilizzatore di Elevate, un’app di training cognitivo che permette di allenarsi ogni giorno tramite un percorso progressivo e personalizzato, un mix tra Settimana Enigmistica e test attitudinali, ma gamified

Infine, un ragionamento sul delicato tema della formazione degli studenti. Qualche giorno fa è stato pubblicato un dato Ocse sugli studenti italiani in uscita dalla scuola media, che risultano sempre meno performanti in tutte le materie. Cause? Tra le tante, i metodi di insegnamento della scuola pubblica, sostanzialmente immobili da generazioni. 

Le soluzioni non sono certo alla mia portata, ma nelle personali esperienze con Warehouse Coworking Factory abbiamo sperimentato in aula metodologie innovative (per la scuola) come le tecniche “Agili” o i business game. Il livello di attenzione e partecipazione dei ragazzi, confermato dai loro docenti, era superiore alla media, proprio per il fatto che si “scardinava” la classica lezione frontale, portando gli alunni al pensiero creativo e critico. O anche solo a fare qualcosa di diverso. Questo non vuol dire che occorre trasformare la scuola in un perenne laboratorio, ma che con creatività, e applicando modelli e tecnologie contemporanee, si possono aggiornare i piani di studio a tutti i livelli.

Mai prima d’ora abbiamo avuto accesso a tante fonti di apprendimento, a contenuti “alti” e non solo di superficie (basta andarseli a cercare) e addirittura agli algoritmi che ci fanno lavorare in maniera personalizzata. La conoscenza “a portata di mano”, si sarebbe detto.

Immagino non sia il solo a ritenere che in Italia ci debba essere una forte accelerazione sulla formazione online, guidando i ragazzi nel districarsi attraverso il mare di contenuti, facendoli appassionare all’approfondimento e allargando i loro orizzonti di conoscenza oltre le “classiche” materie.

Troppo utopico?


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