Sul tempo dei marketer, consulenti e “capi”

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Qualcuno ancora mi chiama giovane, anche se un giro di boa è già passato. Quest’anno sono dieci, gli anni nelle aziende. Da insider prima, da consulente poi, ho vissuto – da dentro e fuori – agenzie di comunicazione, piccole imprese, medie imprese, studi di consulenza, alcune startup.

In questi anni e nel tempo trascorso con titolari, imprenditori, consulenti e altri professionisti, ho “rubato” molto con gli occhi, come si dice, cercando di capire cosa determinasse, in fondo, un buon manager. E come un professionista può fare meglio il suo lavoro, che – ricordo – è sempre fatto “per conto di”: il “capo” o il cliente.

Un aspetto che mi ha sempre incuriosito è la gestione del tempo. D’altronde, la buona organizzazione è un fattore cruciale per avere successo (cioè per fare bene le cose). Ma imprenditori e manager sono organizzati? A volte non sembra, e il giovane marketer non capisce a fondo il lavoro del proprio titolare / committente.

Questo porta a spiacevoli sensazioni.

Ad esempio, quante volte abbiamo pensato che il tempo “mani in pasta”, analizzando dati, raccogliendo informazioni, o creando presentazioni, non sia stato pienamente valorizzato? Che quel report, o quella proposta non abbia ricevuto sufficiente attenzione? Quante volte abbiamo sentito di sprecare tempo su progetti non adeguatamente approfonditi – o non realizzati – dal responsabile o dal nostro cliente?

In queste occasioni, avremo senz’altro additato lui/lei di non essere bravi manager: perché non ci ascoltavano con continuità, perché hanno risposto al telefono mentre esponevamo, perché sembravano distratti, o ci facevano domande fuori contesto.

Con gli anni, però, ho capito una cosa: imprenditori e manager non hanno tempo per lunghe presentazioni e approfonditi report, perché non è il loro lavoro. Il loro lavoro non è leggere documenti: è ricevere e trasmettere informazioni. E’ l’arte di raccogliere e disseminare informazioni utili a far accadere le cose.

Titolari e responsabili preferiscono le informazioni al “volo”. E il report rischia di essere una perdita di tempo. Questo non significa che i documenti di presentazione siano inutili, anzi. Realizzare elaborati che organizzano e cristallizzano le informazioni è fondamentale. In questo modo, sono sempre a disposizione, e c’è un output. Anche se il “capo” non lo leggerà, avete creato una prova del vostro lavoro, e una risorsa a cui attingere successivamente.

Le informazioni in azienda sono soprattutto verbali. Il consulente – marketer – professionista, deve imparare presto a cogliere la “palla al balzo”, sintetizzare le informazioni cruciali e trasmetterle in pochi minuti. Anche quelle importanti.

Su questo punto, mi soffermo.

In tempi di pandemia abbiamo tutti sperimentato il lavoro da remoto. Abbiamo vissuto il passaggio dalla vita d’ufficio alle relazioni di lavoro a distanza. Ad alcuni è sembrato efficace, ad altri meno. Qualcuno non vedeva l’ora di rientrare. Alcune aziende hanno portato tutti in remoto; altre sono tornate a fare le cose come prima. Non voglio parlare dei pro e contro dello smart working, di cui ho raccontato a lungo qui; piuttosto, voglio portare a riconsiderare il valore del lavorare in azienda.

L’azienda è un luogo e una comunità, fatta di persone, di intrecci, di scambi informativi. Relazioni che avvengono alla macchinetta del caffè, prima di una riunione, in pausa pranzo, durante la visita al cliente o al fornitore. Nei tempi “informali” ci si scambia idee, punti di vista, informazioni. Si possono maturare decisioni importanti.

La remotizzazione ha certamente permesso di usare il tempo in modo più funzionale (la giornata scandita in “slot”). E’ cresciuta l’efficacia delle riunioni ed è aumentata la possibilità di organizzare il proprio tempo. Si è però disperso quel tempo informale, relazionale, alcuni direbbero “morto” (ma che morto non è) che è sostanziale per il buon andamento delle cose.

Ritorno dunque al tempo dei manager e “capi”, ai quali noi dedichiamo la professione, così arduo da ottenere e da far fruttare. E’ innegabile che oggi il distanziamento ci porti a favorire una migliore organizzazione del tempo individuale, e che questo – ad un certo punto – si traduce in produttività.

Tuttavia, l’estraniazione totale dalla comunità fisica e dal luogo “vissuto” fa decadere quel tempo aziendale, che permette di creare legami “forti” con i colleghi e che, a volte, è l’humus informativo dal quale si formano idee, innovazioni e cambiamenti.

Per questo, non credo nelle aziende totalmente remotizzate. E penso che “vivere l’azienda”, anche solo per una parte del tempo, tornerà ad essere una grande necessità.


Photo by Morgan Housel on Unsplash.


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