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La sharing economy non è sharing

Quando si parla di sharing economy ci si riferisce alla cosiddetta “economia della condivisione”, basata sullo scambio e sulla collaborazione degli utenti che invece di acquistare un servizio o possedere un bene, ne “accedono” in formule varie, che vanno dal renting, all’utilizzo temporaneo e non esclusivo, in ottica peer-to-peer.

I principali esempi di sharing economy (perlomeno nell’accezione con cui faccio partire il ragionamento) sono AirBnb, Uber, BlaBlaCar, ecc. ossia tutto quell’insieme di grosse realtà che negli ultimi 2-3 anni hanno preso piede a livello “pop”, trovando tra utilizzatori assidui non solo smanettoni e “nativi digitali”, ma diffondendosi tra fasce di età e tipologie utente molto diverse tra loro (professore, manager, studente…), tutte accomunate dalla familiarità con le tecnologie “smart” e aperte alle opportunità sociali e relazionali che si generano dall’utilizzo di queste piattaforme (conoscere nuove persone, fare amicizie, far parte di una community di “affini”…).

L’esplosione della sharing economy porta con se una serie di riflessioni che toccano il significato stesso di “sharing”, e quello che si porta dietro in termini di opportunità, cambiamento, innovazione. I buchi neri non sono pochi.

Sharing o nuove forme di capitalismo?

Volendo proprio essere semplicistici, la sharing economy è un’economia, e come tale si è evoluta, seguendo logiche di natura capitalistica, legate al profitto, come ogni altro tipo di economia “tradizionale”. Di fatto, non è cambiato nulla, stiamo parlando di business. O meglio, del business generato da chi abilita dinamiche di “sharing” su migliaia di utenti.

Il punto è proprio questo: le idee innovative che nascono con intenzioni “peer-to-peer”,  quando si diffondono su larga scala, possono diventare colossi con giri di affari da far girare le orbite. AirBnb è stata valutata 10 miliardi di dollari. Lo stesso CouchSurfing, iniziativa nata nel 2003 (quanto di più “off-economy” poteva esserci, gli utenti mettevano a disposizione il proprio divano agli ospiti, la piattaforma abilitava la messa in relazione tra i soggetti) è diventata una for-profit a tutti gli effetti nel 2011.

Inoltre, la sharing economy ha apportato vere e proprie rivoluzioni che hanno investito parecchi settori tradizionali, che si sono visti “espropriati” delle proprie (rendite da) posizioni. Come racconta bene questo articolo, gli hotel protestano ad esempio per la diffusione di AirBnb, con strutture che non sottostanno a regolamentazioni di sicurezza, ospiti che non pagano le tasse soggiorno, ecc. I tassisti sono inferociti perché ora ogni persona con un auto può fare il loro stesse mestiere, con Uber, ossia trasportare passeggeri senza pagare licenze.

La sharing economy ha generato un grosso buco legislativo in questo momento difficile da colmare, in quanto dietro si tratta di business dove si svolgono transazioni economiche a tutti gli effetti, ma con logiche che possono sfuggire ai tentacoli delle normative tradizionali.

Il punto è che queste aziende hanno il merito di essere pionieristiche, e meritano i profitti proprio perché generati grazie alla capacità di sfruttare oceani blu, ossia di operare in contesti competitivi del tutto nuovi, sfuggendo alla competizione su mercati già esistenti (ecco perché è inutile che tassisti e albergatori protestino, tanto per essere chiari). Nonostante ciò, quello che va capito è che si tratta di aziende con logiche di profitto a tutti gli effetti.

Cosa è davvero sharing?

Dal mio punto di vista, l’accezione di sharing perde il suo significato quando si ragiona su larga scala. Sebbene le multinazionali della sharing economy possono contribuire a risolvere problemi globali (la condivisione di auto invece che all’acquisto, ecc.), business is business, e da un certo punto in poi, alcuni punti che all’inizio possono reggere bene, sono destinati a saltare quando si punta alla scalabilità.

Quindi un primo aspetto riguarda la dimensione del fenomeno, e le entità (aziende, tecnologie…) che lo abilitano. Ecco perché il vero “sharing”, a mio avviso, può essere soltanto micro community-based, ma ci arriviamo più avanti.

Il secondo aspetto è legato alle motivazioni individuali delle persone che fanno sharing.

Motivazioni allo sharing: personal vs. universal

Una ricerca apparsa su Shareable ha indagato su quali siano le reali motivazioni che guidano le persone nella sharing economy.

L’obiettivo era capire se si sceglie di utilizzare un servizio peer-to-peer per motivazioni personali (risparmiare tempo, denaro, sentirsi “apposto con la coscienza”), oppure se le motivazioni sono di sincero impegno verso un mondo migliore e verso una crescita della collettività nel suo insieme (motivazioni universali).

Quello che è emerso dall’analisi è che nella maggiorate dei casi siamo guidati da motivazioni “concrete” e direttamente collegate al nostro interesse personale, o alla soddisfazione di un bisogno in modo migliore rispetto ad una soluzione alternativa (come ad es: “uso Bla Bla Car innanzitutto per risparmiare sul viaggio, poi per conoscere nuove persone”).

Solidarietà e “servizio disinteressato”

A questo punto, ragioniamo sui casi ibridi di economia collaborativa. Pensiamo al mondo del baratto e dei prestiti di tempo: faccio cose senza necessariamente avere un’ottica di ritorno. In questi casi (quando scambio un oggetto con un altro, quando metto a disposizione il mio tempo per i vicini…) non sto calcolando effettivamente “quanto mi conviene”. Le motivazioni sono meno personali, ma molto più disinteressate (“lavoro come opera di servizio, ne avevo parlato anche qua).

In pratica, so che sto dando qualcosa per la community, vissuta come una “famiglia”, dove la mia convenienza personale non è tra i primi obiettivi attesi (o addirittura non c’è affatto).

In questo articolo su Cityscope, si parla di come la crisi economica in Grecia abbia contribuito alla nascita di una moltitudine di micro-iniziative locali (“grassroots“) che stanno contribuendo a rendere la società ellenica un luogo molto più civile (in termini di aiuto tra persone, miglioramento delle condizioni di vita in città, ecc.) anche se sulla carta più “povero” economicamente (e qua ci ricolleghiamo alle analisi del caro Fulvio Fortezza su denaro e felicità).

Molti di queste iniziative (mappate anche da Omikron Project) ci parlano di gruppi di cittadini che ripuliscono da soli quartieri di città; persone che cucinano per strada offrendo pasti a chi ne ha bisogno; collettivi di acquisto e scambio di prodotti locali fuori dalla distribuzione tradizionale; “social clinics” per assistere malati in modo volontario utilizzando farmaci donati da altre persone…e tanto altro!

Attenzione: non sto dicendo che lo sharing è volontariato. Piuttosto, è mettere in piedi iniziative, anche locali, e magari supportate da tecnologie “abilitanti” (ben vengano BlaBlaCar & co.) mirate all’aumento della qualità della vita propria, e della comunità di riferimento, secondo logiche che non perseguono il puro ritorno economico. Ma che devono comunque essere sostenibili (ed è qui che entrano in gioco le istituzioni locali).

Continuo ad essere convinto (e mi faccio un’analisi di coscienza anche io) che nel momento in cui il nostro tempo, liberato dalla rapidità e dalle tecnologie, continua ad essere utilizzato per l’accumulazione privata, invece che per la propria libertà e per il benessere della collettività, ogni nuova innovazione di sistema genererà lo stesso tipo di meccanismo.

In tutto questo scenario, tiro fuori il concetto di solidarietà. E concludo con una bella riflessione tratta da questo articolo della London School of Economics and Political Science”:

L’idea di solidarietà è emersa dal bisogno di rispondere a necessità pratiche e a nuovi problemi. Molte iniziative di questo tipo hanno iniziato a rispondere a bisogni sociali all’interno di uno specifico campo (salute, cibo, diritti umani, trasporti). Alcune di queste hanno piano piano esteso il loro operato in altri settori, andando a ridefinire, in certi casi, il significato di proprietà, di competenze e di condivisione, fino a cambiare il concetto stesso di organizzazione e cooperazione. Spesso lo scopo di tutto ciò è creare uno spazio di incontro e comunicazione tra pari, ma anche di creare condizioni di ri-socializzazione tramite l’apprendimento informale, le arti partecipative, l’intrattenimento alternativo.” 

Insomma, lo scenario è ampio e le riflessioni non si concludono qua. Per il momento mi sento di dire che lo sharing non è economy, ma non è nemmeno volontariato. Non è tecnologia, ma si serve della tecnologia. Può essere micro-locale, ma anche internazionale. Di certo, ha molto a che fare con il “restare umani”, ma non certo con l’essere “isolati”. E può essere una risposta ai problemi del nostro tempo, solo se gli interessi dietro (personali e/o collettivi) si tengono ben lontani da quelli puramente economici.

 

Comments

1 Comment

fulvio@experyentya.it'
fulvio fortezza

ciao simo, articolo ricco e interessantissimo come sempre. sono però in disaccordo con te su un punto sostanziale. lo sharing, a mio avviso, va valutato e qualificato dal punto di vista degli utenti e non delle “piattaforme abilitanti”, che ci sta assolutamente che possano e debbano fare profitto. si fanno pagare per la loro capacità di abilitare il matching fra pari. sono d’accordissimo, come sai, sul fatto che uber e airbnb non facciamo parte del mondo sharing. non sono invece d’accordo su couchsurfing. qui chi detiene il controllo della piattaforma ora è for profit, ma le esperienze trasformative che si producono autonomamente fra le persone che ospitano e che vengono ospitate sono all’insegna del mutualismo. ad ogni modo, gran tema, su cui magari ci riconfronteremo. salutoni e continua così!


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Simone Moriconi

Consulente di Marketing Strategico e Operativo per aziende, PMI e startup.