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Riflessione ottimista sulle pensioni (che non avremo)

In un articolo uscito sul Corriere qualche settimana fa, viene riportata una proiezione di quelle che saranno le pensioni che attendono le nostre generazioni al termine della vita lavorativa.

Si dice, sostanzialmente, che un trentenne che oggi guadagna mille euro netti al mese, ne prenderà 514 di pensione; se è un lavoratore autonomo (e saranno sempre di più, leggete questo libro “New. Visioni di una generazione in movimento“) il reddito pensionistico sarà di 432 euro. L’economia torna a salire, oppure si inizia a guadagnare meglio? In ogni caso, la pensione (che rimane un miraggio anche per l’età a cui verrà presa) sarà comunque sotto la soglia di sopravvivenza attuale.

 

pensioni-freelance
fonte: corriere.it

Lungi da me analizzare i “per cosa” e “per come” del fenomeno, tantomeno andare a fare calcoli considerando pensioni integrative o gestioni separate, o dibattere su possibili soluzioni di welfare. La sostanza – ed è qui che mi interessa riflettere – è che la nostra generazione ha davanti uno scenario completamente diverso dal punto di vista economico rispetto a quelle che ci hanno preceduto.

Parlo da ormai trentenne, libero professionista, e “precario volontario” (quelli di cui nei TG non si parla quando danno i dati sull’occupazione).

Dalla mia prospettiva, vedo i figli degli anni ’70 ancora aggrappati a certe logiche, ma con la consapevolezza (forzata) che i tempi del “soldo facile” sono finiti. Vedo chi è nato ancora prima (i nostri genitori) accettare questa realtà con la speranza di invecchiare decentemente con i “tesoretti” accumulati in decenni di duro lavoro e qualche accortezza nelle spese. Ma quello che finalmente vedo, è che i miei coetanei e quelli nati dopo di me (anni ’90) sono pienamente consapevoli che è terminata l’era della carriera e del “posto fisso”. Capiscono che il denaro ha valore, ma non ha senso accumularlo. Non hanno più i sogni di ricchezza: cercano il successo e le soddisfazioni più per ciò che fanno, che per quello che potrà tornargli indietro. E questo è decisamente confortante.

Come cambia il vissuto del lavoro

A mio avviso, e dalle esperienze che sto conoscendo man mano che svolgo la mia professione, ciò che sta mutando è il senso stesso, il “perché” si lavora. Mi pare di intuire che sempre più si lavorerà per:

  • realizzare un sogno (far partire un progetto, avviare un’impresa startup, far diventare l’hobby una professione);
  • come opera di servizio, con sempre minore attesa rispetto ai risultati (“lavoro per senso del dovere e devozione, non per guadagnare di più”) e con la ricerca di relazioni umane e “affinità elettive”, dove lavoro e vita si mescolano e intersecano.

A conseguenza del primo punto, cambierà drasticamente anche il modo di “fare carriera”, sempre meno verticale, e già (come accade ora) sempre più orizzontale: acquisire competenze invece di scalare posizioni, collaborare invece di competere, preferire un’attività a maggior ritorno di felicità piuttosto che una a maggior ritorno economico.

Nel secondo caso, si diffonderà l’idea che “ogni lavoro vale come un altro”, e l’appiattimento dei livelli di reddito tra professioni diverse, farà sì che ci saranno sempre meno lavori che nessuno vuole, e lavori “super-ambiti”. Accettato questo, si svilupperà la volontà di mettersi a disposizione degli altri, non necessariamente come “volontariato”, ma come servizio alla propria comunità (come già avviene negli eco-villaggi e negli orti condivisi, ad esempio, o in tanti esempi di economia collaborativa).

Come cambia lo scenario? Post-crisi e nuove consapevolezze

Più di tutto, la crisi ha spazzato via le vecchie logiche di carriera e profitto. E con esse tutta la visione del futuro di prima. Gli anni che verranno, e quelli ancora più lontani a venire, non sono più visti in ottica “incrementale” (guadagnerò sempre di più), anzi, credo proprio che dovremo adattarci a pensare in prospettiva ad un abbassamento necessario e progressivo dei bisogni e dei consumi.

Un’intera generazione di persone avrà imparato a gestire l’incertezza, e sarà quindi più nomade e flessibile. Il lavoro flessibile e l’autoimprenditorialità toccheranno sempre più fasce di professioni, ma oltre una data soglia di età si cercherà in ogni caso di trovare un terreno più stabile di guadagno.

Quello che cambia, in positivo, è che ora lo sappiamo, anche in maniera molto dettagliata e in largo anticipo, ciò che ci attende tra parecchi anni. Non c’è più spazio per la “speranza illusoria”, per andare avanti alla cieca confidando nel fatto che le cose, in fondo, potrebbero anche cambiare, tappandoci gli occhi davanti allo scenario reale.

Questa forte e necessaria presa di consapevolezza, deve portarci a fare il punto della situazione e lavorare (a livello interiore ed esteriore) sull’adattamento ad uno scenario che è ormai certo: abbattendo i nostri bisogni, ri-modellando i consumi, iniziando progressivamente ad adottare uno stile di vita che ci darà la possibilità di vivere felicemente anche in uno scenario economico molto diverso da quello attuale.

Quali vie percorrere per un futuro a pensioni zero?

Detto questo, concretamente cosa si può fare in prospettiva su uno scenario a “pensione zero”? Io al momento vedo tre vie: le ho messe in maniera molto semplicistica, sganciandole da ogni implicazione macro-economica o politica. Chiaramente su ognuna di esse si aprono interi mondi di riflessione, che toccano per forza tutti i livelli della società.

  1. Autoproduzione e uscita dall’attuale sistema economico. Una via da perseguire nella nostra vita è quella che vede il progressivo e deliberato intento di sganciarci da logiche di mercato e approdare verso uno stile di vita basato su autoproduzione, scambio di servizi tra pari, abbassamento progressivo delle necessità e dei bisogni, logiche di frugalità e decrescita. Molte persone già vivono secondo queste logiche: leggetevi le storie di Andrea Bizzocchi, di Simone Perotti e tanti altri. A chi taccia tutto ciò come utopico, dico che pochi hanno il coraggio di fare (a prescindere da tutto) scelte di questo tipo. E che ognuno nel suo può intraprendere a piccoli passi una direzione in questo senso, giorno dopo giorno.
  2. Mettere da parte un tesoretto e passare la fine di vita in un paese a basso costo della vita. Per i fautori della “fuga all’estero” anche come soluzione professionale (altro fenomeno giovanile) si paventa la possibilità di godersi ciò che si è messo da parte, in paesi dove la vita costa molto meno. In questo articolo di Repubblica si danno ottime idee. Personalmente, mi sembra una via egoista, proprio perché non mi piace l’idea di “fuga”, ma non disdegno che un pensierino ogni tanto ce lo faccio pure io. Forse, per il gusto dell’esotico. Tra l’altro, per chi si costruisce una vita all’estero, valgono gli altri due punti.
  3. Messa in piedi di una rete di relazioni comunitarie per “aiutarsi” a vicenda. Una terza via, che ha molto che fare con la prima, ma si tinge di una componente fondamentale: la comunità. Con la collaborazione dei soggetti pubblici, andrebbero sviluppate nel tempo – dal basso – sistemi di micro-comunità solide e allacciate, dove ognuno riesce a mettere a disposizione ciò che serve all’altro; dove non ci sono individui isolati, ma inclusione totale; dove una parte del tempo/lavoro di ognuno viene riversato per il bene della collettività. Ne abbiamo degli assaggi con le social street, o dei modelli più avanzati come Marinaleda, in Spagna. Un “ritorno alle origini” in salsa tecnologica, basato su modelli di sharing economy veri e non “capitalistici”, e sul passaggio definitivo dalla proprietà all’accesso (Rifkin docet), o meglio dal possesso all’owning. Ossia partecipazione al bene comune e attivismo pragmatico, e non mero volontariato o utopie socialiste. A questo punto, chi è uscito dal mercato del lavoro sa che potrà contare su una rete di relazioni e servizi che saranno a sua disposizione, generati dal basso e dalla rete “fisica” di persone. Le tecnologie per abilitare nuovi modelli comunitari già ora non mancano: in futuro ce ne saranno sempre di più.

Termino, anche per non andare troppo off-topic rispetto agli argomenti del blog, che al di là delle immaginazioni e delle fantasticherie, ci attende un futuro in cui per forza bisogna fare fronte alla realtà, senza attendere che le cose arrivino dall’alto, perché non arriveranno. Spremere le meningi e unire tutti i puntini per costruire eco-sistemi di servizi collettivi, orizzontali, pensati per la specifica comunità in cui viviamo, che saranno la nostra ancòra di salvezza quando le logiche che hanno regnato fino ad ora le troveremo scritte nei libri di storia. Daje!

 

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Simone Moriconi

Consulente di Marketing Strategico e Operativo per aziende, PMI e startup.