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Project management digitale: attitudine e ruoli

Qualche giorno fa, all’interno di un ciclo di seminari all’Università di Urbino, ho affrontato il tema del project management digitale. Qui le slide.

Devo ammettere che non mi sono mai considerato un project manager a titolo, più che altro perché lo considero come una responsabilità più che un ruolo, ma che in alcuni casi può diventare una professione vera e propria. Esistono project manager nelle agenzie perché ai clienti occorre, giustamente, dare un’interfaccia unica di progetto. Esistono project manager nelle aziende (o nelle funzioni aziendali) che tendono a lavorare in team di progetto.

Se è vero che non si può “studiare da project manager”, perché su questo terreno contano tanta esperienza e una buona dose di capacità attitudinali, è altrettanto vero che tutti siamo project manager di qualcosa, in primis di noi stessi, come scrivevo qui).

Sull’ambito della gestione progetti c’è fin troppo materiale in rete e nei libri: ne approfitto per fare luce su un paio di punti che reputo importanti, derivati da personale esperienza diretta.

Attitudine del project manager (digitale)

Gestire un progetto è 50% sapere di quello che si sta parlando e 50% saper parlare.

A livello di marketing digitale, infatti, ma come in tutti gli ambiti, la “gavetta” conta. Un buon project manager deve aver fatto diverse campagne e studiato parecchi casi per convincere un imprenditore ad investire in un progetto, o per fargli capire come allocherà il budget che gli viene dato.

Deve anche saper come raccontare i risultati e l’andamento del progetto, mostrare la bontà delle iniziative intraprese, se c’è un errore in fase di sviluppo, saper ammettere gli errori e spiegarli. Il project manager è un ruolo “ponte”: tiene i contatti con il cliente, con il team di lavoro, può alternativamente dover motivare, tranquillizzare, o esercitare pressione su altre persone. E per fare coordinamento non basta un gannt su excel: occorre essere presenti, telefonare, scrivere. Insomma, non dico ci voglia l’attitudine da leader, ma perlomeno una buona dose di capacità relazionali.

Tra aziende, agenzie e freelance

L’altra riflessione riguarda il famigerato mondo del lavoro che cambia. Non sono abbastanza “senior” da aver visto il mondo della consulenza e della comunicazione prima del 2010, ma vedo tutti i giorni come cambiano le aspettative di aziende, professionisti e studenti (al proposito, leggevo l’altro giorno una bella analisi sulle qualità sempre più richieste ai manager).

Il contesto sempre più orizzontale e sfaccettato delle competenze, fa sì che in un progetto digitale entrino in campo soggetti molto diversi tra loro: oltre al committente (es. l’azienda) possono convivere sia agenzie che freelance, a seconda dell’impostazione del marketing dell’azienda. Mi capita sempre più spesso di lavorare in coordinamento con più di un’agenzia per conto di un cliente. Può essere il caso in cui l’azienda ha una web agency per lo sviluppo web o per l’advertising e/o un’agenzia per la parte stampa-PR, e da in affidamento a un consulente esterno la strategia digitale, oppure l’affiancamento e il coaching. A volte, al posto di un’agenzia strutturata c’è un team di liberi professionisti “verticali”: come accade spesso nei coworking.

In questo ecosistema di ruoli e soggetti, il project management assume importanza critica, proprio per il necessario raccordo tra figure che non solo hanno competenze diverse, ma anche “modus operandi” molto distanti tra loro.

Il project management stesso è dunque destinato a cambiare, soprattutto in quei contesti e situazioni, ormai sempre più frequenti, dove i team di lavoro sono fluidi e le competenze hanno bisogno di viaggiare fuori e dentro i confini aziendali per portare innovazione.

E’ qui che il coordinamento organico delle attività può portare valore aggiunto, sia alle aziende che ai professionisti che collaborano in rete.

 

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Simone Moriconi

Consulente Marketing & Digital Strategy.