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I “poco” social media saranno il futuro?

Da quando sono su Facebook, praticamente dal 2008, mi sono sempre chiesto per quale motivo le persone tendono a condividere soltanto gli aspetti positivi della propria vita, lasciando da parte gli stati d’animo di carattere opposto, o perlomeno non fossero portati a mostrare i lati più vulnerabili della propria vita.

Una delle domande più ricorrenti che mi pongo è: dove possono trovare sfogo gli aspetti meno gioiosi della nostra esistenza, i pensieri più autentici e diretti?

La psicologia della condivisione ci spiega quali sono i motivi per cui condividiamo: uno studio condotto nel 2004 da K. McKenna e dallo psicologo J. A. Bargh (“The Internet and Social Life“) dimostra come la rete rappresenti uno strumento ideale per definire e ri-definire la nostra identità. Condividiamo per ottenere un supporto, un riconoscimento sociale alle nostre esperienze positive, amplificando la gioia di averle vissute, e in seconda battuta, per aumentare la nostra sicurezza e autostima. In pratica, condividiamo per essere più felici.

Altre ricerche su felicità e social network, invece, dimostrano che non è poi così vero che frequentare piattaforme sociali aumenti il grado di felicità. State of Mind, in un paio di articoli (qui e qui) mette in evidenza come Facebook sia terreno serpeggiante di invidia, spesso celata dietro parole e commenti poco autentici, che porterebbe gli individui a mostrare soltanto i momenti migliori della propria vita, proprio per ottenere una più vasta approvazione possibile  (non vi è mai capitato di chiedere un Like ad un amico?).

Il bisogno ancestrale di condivisione, però, si scontra con il giudizio sociale e la sensazione di essere spiati da curiosi o amici sconosciuti. Da tempo alcuni preconizzano un declino di Facebook sotto le spinte di nuove generazioni, sempre meno propense a condividere pensieri troppo intimi nello stesso luogo dove si ritrovano anche i genitori e i parenti. Chrys Bader parla di “End of the Facebook Era“: più il network si satura, più le nuove generazioni troveranno altri modi e piattaforme per condividere pezzi di vita con le persone che contano.

Il fatto è che forse Facebook inizia un po’ a traballare (concettualmente) proprio perché da per scontato che tutti vogliano condividere tutto: pensieri, stati d’animo, azioni, step importanti della vita, andando a costituire un diario dettagliato e pubblico della propria esistenza.

Ecco che arrivano i social “poco sociali”.

Non è un caso che stiano sempre più prendendo piede social network come Snapchat, i cui contenuti video creati e inviati ai destinatari desiderati scompaiono subito dopo averli visti. O lo stesso Whatsapp (acquistato recentemente proprio da Facebook), dove avviene un gran numero di condivisioni di messaggi e file tra gruppi privati di amici.

Oppure come Secret, un social “empatico” che permette di condividere qualsiasi status senza identità: pensieri che poi vengono condivisi in base agli apprezzamenti ricevuti da utenti a loro volta anonimi. O anche come Path, pensato per condividere i momenti di vita solo con una cerchia ristretta di persone. E’ qui che possono trovare sfogo quegli stati emozionali meno gioiosi e positivi, comunque parte delle nostre vite, rendendoci liberi di esprimere, commentare, mostrare consenso laddove non lo faremmo nei social network “pubblici”.

Il sociologo Nathan Jurgenson in un interessante post (“The Liquid Self“) afferma che noi, in quanto esseri umani, siamo fluidi e impermanenti, così come le esperienze che viviamo. Fissando tutto in un contenitore virtuale non facciamo altro che limitare la nostra libertà, catturando e preservando momenti che, di base, restano momenti ed esperienze già diverse una volta che le si guarda a posteriori.

I social media permanenti, quindi, sono destinati a lasciare spazio a piattaforme sociali fluide, limitate nel tempo e nello spazio, dove i contatti non superano una certa quota (destinata a rispettare il numero di Dunbar) e dove le condivisioni sono di carattere eterogeneo, non durevoli e mirate a chi effettivamente vogliamo le riceva e ne usufruisca.

Ora, non voglio dire che questi social diventeranno di “massa”, ma sicuramente tra qualche anno assisteremo ad un modo diverso di fare sharing, che bilancerà le spinte istintive a condividere tutte le polarità dei nostri stati d’animo, verso un pubblico più piccolo e intimo. Facebook rimarrà un ricettacolo di ricordi per vecchie generazioni (lo stiamo vedendo con il fenomeno gruppi di paese) e una piazza per l’intrattenimento leggero (link e citazioni). Le emozioni, quelle vere, saranno pian piano veicolate su altre piattaforme, dove a rispondere al nostro bisogno di affermazione e sicurezza troveremo sguardi meno indiscreti e più sinceri.

Comments

3 Comments

ele.mazzali@hotmail.it'
Elena Mazzali

ottimo articolo… tanti gli spunti per un mio nuovo articolo grazie simone!!

Simone Moriconi

Grazie a te, Elena. Poi condividi pure il tuo post 🙂

I “poco” social media saranno il fu...

[…] Altre ricerche su felicità e social network, invece, dimostrano che non è poi così vero che frequentare piattaforme sociali aumenti il grado di felicità. State of Mind, in un paio di articoli (qui e qui) mette in evidenza come …  […]


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Simone Moriconi

Consulente di Marketing Strategico e Operativo per aziende, PMI e startup.