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Il marketing delle trasformazioni: quando il prodotto siamo noi

Vi ricordate del programma Plastik? La prima volta che lo vidi ho cambiato canale, pensando che fosse un altro programma trash (tipo “Mistero”) specchietto per le allodole per morbosi e creduloni. Poi, una sera l’ho seguito, e devo dire che è ricco di spunti interessanti.

Chi mastica un pò di marketing, sicuramente conosce la progressione del valore economico di Pine e Gilmore. Il loro approccio dice che quando si vivono esperienze ripetute, coinvolgenti e personalizzate, tali esperienze rendono diverso l’individuo, lo cambiano: è il caso dell’esperienza universitaria, della pratica sportiva, dei lunghi viaggi. Scuole, palestre, corsi istruttivi ecc. si trovano ad operare nel business delle trasformazioni. In questi casi, il prodotto siamo noi: paghiamo per essere diversi, per diventare qualcos’altro, per subire una metamorfosi, dal punto di vista intellettuale, psicologico o fisico.

Quest’ultimo, è il caso di chi decide di sottoporsi ad un’intervento di chirurgia plastica. Allora, ecco che da una prospettiva di mercato, una trasmissione come “Plastik” diventa interessante per analizzare le motivazioni e gli stati d’animo di chi ricorre al bisturi. Inoltre, si possono individuare diversi segmenti di clientela. Ad esempio:

  • quelli che si ritoccano per sentirsi più giovani, o perchè non accettano l’idea del tempo che passa. Oppure, chi si fa un restyling semplicemente per accrescere l’autostima e la capacità di relazionarsi con gli altri (soprattutto con l’altro sesso);
  • gli emulatori, quelli che si trasformano per assomigliare al proprio idolo, fino a diventarne sosia. Personalità esibizioniste, sono più un caso d’oltreoceano, tanto che si potrebbe parlare di approccio americano alla trasformazione (contrapposto all’approccio mediterraneo, più intimo, dove le motivazioni sono più legate al benessere personale che alla messa in mostra di sè)
  • coloro che hanno serie malattie (malformazioni, obesità…) e che non hanno altra scelta che curare i propri handicap tramite interventi di questo tipo. Qui si capisce come la chirurgia può davvero cambiare la vita delle persone.

E’ interessante notare anche l’importanza del ruolo empatico del medico (che Pine e Gilmore chiamerebbero “coach”) che indaga sulle motivazioni, cerca di instaurare una relazione di fiducia (diagnosi delle aspirazioni) e poi effettua l’operazione (esecuzione della trasformazione).

Tutto il processo di gestione dell’esperienza, pre e post, è una miniera di informazioni utili per chi opera nel business delle trasformazioni. Non solo cliniche, ma anche palestre, centri benessere, centri estetici e tutte quelle attività che ruotano intorno al benessere psico-fisico, possono prendere spunto per “esperienzializzare” i loro servizi.

Il fatto è che le trasformazioni fisiche, piccole e grandi, hanno un impatto forte sulla vita delle persone. Il concetto che rischia di passare è che le operazioni chirurgiche siano indispensabili. E soprattutto, che questi interventi diventino una cosa normale, quasi banale.

In realtà, il messaggio che dovrebbe passare, è che non serve modificarsi per sentirsi meglio, e che lavorando sulla nostra psiche possiamo stare bene anche senza la chirurgia.

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Comments

2 Comments

negaz_kr@hotmail.it'
Li

Io credo che una cosa triste di Plastik sia il fatto che fa parte di quella categoria di programmi che servono essenzialmente a farci vedere la cosa originale, trash, quella che non abbiamo ancora visto, quella che deve stupirci (o disgustarci); io credo comunque che per studiare la società e quindi cercare di capire come meglio sfruttare la voglia delle persone di cambiare se stessa ricorrendo alla chirurgia estetica sia sufficiente guardare i modelli proposti dalla televisione, dai media e dalla pubblicità: sono quelli, purtroppo, i modelli di riferimento ai quali la gente aspira. E’ lì che vanno a cercare le risposte per poi proporre i loro servizi i centri benessere, le palestre etc.

Simone Moriconi

Grazie per il commento 😉
Concordo con te, i modelli ce li danno i mass-media, e purtroppo sono in molti che cercano di imitarli. Secondo me, in Italia il fenomeno è limitato soprattutto rispetto agli USA.
Il fatto che Italia1 stia riadattando “format” americani (Tamarreide si rifà molto a “Jersey Shore”) conferma la mancanza di idee dei produttori Tv…O ti becchi la bagarre politica, o i programmi trash.
La cosa positiva è che sembra che agli italiani questi programmi non piacciono. Ma, purtroppo, non hanno scelta sulla Tv generalista.


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Simone Moriconi

Consulente di Marketing Strategico e Operativo per aziende, PMI e startup.