Press enter to see results or esc to cancel.

Lavoro Totale, consigli di lettura per freelance

Di solito, approfitto della pausa invernale per scrollare di dosso il gravare degli impegni e fare un pò di “reset”. E’ sempre una buona occasione per leggere libri e pubblicazioni interessanti, avendo tempo e modo di rifletterci in serenità.

Questi giorni, mi sono imbattuto in un libro – anzi, un e-book – di Maurizio Busacca, dal titolo “Lavoro Totale. Il precariato cognitivo nell’era dell’auto-imprenditorialità e della Social Innovation”, edito da Doppiozero.

L’e-book. che vi consiglio di leggere (tra l’altro è scaricabile gratuitamente dal sito) tocca un tema molto caro a chi fa il mio mestiere, e analizza in modo lucido la condizione attuale dei cosiddetti “auto-imprenditori” o “freelance”, ma anche di tutte quelle categorie di lavoratori che gestiscono attività o business in proprio. La condizione di questi soggetti, che lavorano per lo più in modo individuale e non hanno la “chioccia protettrice” di un’azienda (leggi stipendio fisso, ma non solo) e nemmeno quella dello Stato, che sebbene provi a fare passi avanti non garantisce ad oggi pari tutela tra chi svolge lavoro dipendente e chi è in proprio (pensiamo ai temi di malattia, ferie, ecc), viene analizzata da diversi punti di vista, secondo me assolutamente attuali.

Lungi da me, come quando accennavo al discorso pensioni, fare analisi politiche o economiche di questi fenomeni, semplicemente ne approfitto per condividere alcuni punti interessanti emersi dal lavoro di Busacca, che trattano un ambito che si allarga sempre più a fasce di lavoratori di natura diversa, giovani e non solo, che “mettendosi in proprio” devono imparare a mescolare vita lavorativa e vita privata, ricerca di uno sviluppo personale e necessità di sicurezza, desiderio di tempo libero e bisogno di lavorare.

// I nuovi lavoratori dell’immateriale (knowledge workers) si trovano imbrigliati in una situazione in cui l’intera vita è parte centrale del lavoro. Venendo a mancare la netta separazione tra tempo di lavoro e tempo libero (tipico dell’era industriale post-fordista, della routine del 9-to-5 in azienda), le vite degli autonomi sono sì auto-gestibili con maggior flessibilità, ma al tempo stesso ogni momento della giornata è anche – potenzialmente – tempo di lavoro, in quanto non c’è vincolo di orari (se non quelli auto-imposti) e si può essere raggiungibili in qualsiasi modo e in qualsiasi momento (pensiamo anche solo alla diffusione di WhatsApp). Il lavoro entra dunque nella sfera delle relazioni, della vita privata, della comunità e del sociale, permeando quasi tutti gli ambiti di vita, e togliendo tempo ed energie ad altre attività (fare politica, attivarsi nel sociale, dedicarsi alle persone care, ecc.)

// Il “lavoro gratuito” si configura, di conseguenza, come una costante su cui si regge la capacità di fare produttività nella nuova economia. Occhio, perché lavorare gratuitamente non significa accettare condizioni di lavoro come stage o tirocini non retribuiti, o lavori malpagati per fare esperienza – in quanto questo ricade anche nei contesti tradizionali d’impresa – ma sta ad indicare il fatto che al crescere delle ore dedicate al lavoro non cresce proporzionalmente il salario. Raggiungere obiettivi, consegnare in scadenze, risolvere imprevisti in un contesto di auto-imprenditorialità non ha – e non può avere – un esatto e corrispondente ritorno economico, come in un semplice mastrino di entrate ed uscite. A più ore lavorate (o dedicate, come piace dire a me) non corrispondono necessariamente più introiti. Questo non è solo il caso di freelance e affini, ma anche di chi lavora come team o impresa: pensiamo alle startup, dove non sempre al successo raggiunto (notorietà, diffusione) corrispondono adeguati stipendi per chi vi lavora, anzi questi ultimi sono spesso un vero e proprio miraggio.

// Entra in campo il concetto di “flessicurezza”, ossia che al bisogno continuo e crescente di flessibilità necessario per formarsi, acquisire competenze, gestire un parco clienti, si affianca quello di sicurezza, che non è più una protezione sociale garantita (azienda, stato, meccanismo di welfare) ma va quasi del tutto in capo al singolo essere umano. L’individuo è l’unico responsabile del proprio destino e su di esso – e la sua capacità di interessare relazioni e gestire strumenti – si basa la possibilità di accedere alle risorse della “sopravvivenza”.

Il libro tocca anche una serie di altri punti interessanti, come il cambiamento delle modalità e dei luoghi di lavoro, ma di coworking ho già dedicato diverse riflessioni e non mancherà altra occasione di farlo.

In questo e-book ho trovato una bella analisi di punti di vista che vedo condivisi nei miei colleghi e nelle tante persone che incontro ogni giorno *grazie* al mio lavoro, oggi anche ambìto da chi nel lavoro deve ancora inserirsi (studenti, università…). Quegli stessi ragazzi che se prima vedevano come un miraggio soprattutto la carriera aziendale, verticale, nella stessa impresa, ora riversano i propri sogni in una professione autonoma: portare in vita una startup, fare un progetto di business, mettersi in proprio. A questi ragazzi cerco di dire – quando ho la bella opportunità di parlare in università – che si i propri sogni vanno inseguiti, ma che il sogno non può e non deve essere un miraggio – appunto – perché dietro ad ogni scelta c’è una serie di difficoltà e che quello che ripaga è proprio il lavorare, l’impegnarsi costantemente, il dedicarsi al lavoro anche se questo entra effettivamente in tutti gli ambiti di vita.

Al tempo stesso, sono anche convinto della necessità (e della grossa difficoltà) di gestire i tempi di vita, e di trovare l’equilibrio tra il tempo che possiamo dedicare agli altri, e quello di cui abbiamo bisogno noi come individui e le persone a cui teniamo, che non può – e non deve essere – assorbito dal “Lavoro Totale”.

 

Comments

Leave a Comment

2 × 5 =

Simone Moriconi

Consulente di Marketing Strategico e Operativo per aziende, PMI e startup.