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Impariamo dal fruttivendolo: fare buon marketing è davvero complesso?

Nell’ultima settimana segno due eventi rilevanti, apparentemente distanti tra loro.

Il Web Marketing Festival, con i suoi case-study, le strategie, le opinioni di persone che lavorano nel settore. Tanti contenuti di marketing, soprattutto su come fare “acquisition” del cliente, e poi “nurturing” del cliente, per arrivare alla “conversion” e alla bramata “fidelity”.

L’altro, è che ho fatto 10€ di spesa nella bottega del fruttivendolo sotto casa che, senza avere (o almeno credo) consapevolezza di cosa sia il marketing, riserva continue sorprese:

– alla cassa, gentilmente, prima di pagare chiede sempre “Ci siamo dimenticati qualcosa?”, “Vuoi anche un po’ di pane?” (un upselling costante, ma cordiale);

– nel frigo self-service ha la pasta fredda e le vaschette di cibo fresco per pasti veloci, rigorosamente veg e in formati diversi: per il single, la coppia, la famiglia (sa chi sono i suoi target e anche le occasioni d’uso);

– se gli chiedi come puoi pulire e cucinare i fiori di zucca, o qualsiasi altra cosa, ha sempre la ricetta o il consiglio pronto (come la barra di Google);

– se chiedi, ti aiuta a scegliere, altrimenti puoi fare da solo, e metterci il tempo che vuoi. Tocca, confronta, aggiungi al cestino: pesa direttamente tutto lui alla cassa (la user experience è ottimale, non sento disagio).

Altro? Sì, una tessera fedeltà (ne abbiamo tante, è vero, ma con lui funziona: spesa la faccio quasi ogni giorno). Chiama tutti i clienti assidui per nome, sempre con cortesia. Difficile prenderlo in una giornata no.

A mio avviso, questo genere di cose accade in un buon 30-40% delle piccole attività commerciali, chi meglio, chi peggio.

Bene. Uno dei temi che mi ha toccato di più al WMF17, emerso dai principali relatori, è la necessità di tranquillizzare la platea alla domanda: “quanto è complesso applicare strategie che funzionino davvero?” Quelli che reputo più in gamba hanno detto: “guardate, è più semplice di quello che si pensa… generare lead, fare nurturing, ottimizzare l’esperienza utente: si applica un metodo, le cose complesse sono altre”.

Allora, penso che se la platea, che è formata da addetti ai lavori (consulenti, agenzie, responsabili marketing, ecc.) manifesta una certa complessità rispetto all’attuazione di strategie di marketing lineari ed efficaci, portando gli esperti del settore a gettare acqua sul fuoco, forse c’è un problema di fondo.

Probabilmente, chi “vende” il marketing non sa bene cosa sia il marketing. E, a volte, chi dovrebbe applicare il marketing (i clienti, le aziende) non sa fare marketing.

La differenza tra percepire livelli di complessità crescenti e, all’opposto, gestire il lavoro con relatività semplicità, sta nella capacità stessa di mettere in piedi alcune semplici cose, spesso dettate più dal buon senso che altro. Chiaro, ci vogliono delle competenze tecniche per applicarle ai contesti digitali, ma saper attivare una campagna Google ci rende dei buoni consulenti? Allo stesso modo, gestire un’impresa ci rende dei buoni imprenditori?

Il fruttivendolo insegna che il buon marketing è un’indole che hai, anche se non sai come si chiama quello che stai facendo. Eh già, a volte i termini tecnici servono solo a gettare fumo negli occhi.

A lui ci sono voluti anni per oliare il meccanismo, tanto impegno, prove e tentativi, sicuramente qualche cliente è andato perso, altri avranno criticato. Adesso, però, la sua bottega di provincia è piena di persone: ha allargato il locale, e si è posizionato come alimentari di qualità a 360°.

Anche se non lo sa, ha davvero scalato. Bye bye startup!

 

Comments

2 Comments

info@roontastic.net'
Roomtastic

Articolo interessantissimo e scritto davvero bene! Complimenti!

Simone Moriconi

Grazie! 🙂


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Simone Moriconi

Consulente di Marketing Strategico e Operativo per aziende, PMI e startup.