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Fundraising per il Non Profit: intervista a Valeria di Retedeldono

Il crowdfunding, cioè la raccolta sociale di fondi a favore di cause e progetti, è una pratica che sta prendendo sempre più piede nel nostro paese.

Oggi ho il piacere di fare qualche domanda a Valeria Vitali, socia e fondatrice di Retedeldono, una delle più belle realtà italiane di fundraising per il settore Non Profit.

L’occasione per entrare in contatto con Valeria è stata la conferenza organizzata da Crazy4Digital presso il Salone CSR e Innovazione Sociale della Bocconi,  sul tema “Crowdfunding: nuove opportunità per crescere in Italia e nel mondo“.

Ciao Valeria! Cos’è Retedeldono? Qual’è la differenza tra voi e le altre piattaforme di crowdfunding? I progetti hanno una durata di tempo?

Retedeldono è un portale per la raccolta di donazioni online a favore di progetti d’utilità sociale ideati e gestiti da organizzazioni non profit (ONP). I protagonisti della Retedeldono sono le ONP, i loro sostenitori e i donatori.

Le ONP possono promuovere i loro progetti iscrivendosi al portale. L’associazione Digital Campus Onlus si occupa di devolvere alle ONP le donazioni ricevute attraverso il portale, tenendo conto delle preferenze espresse da donatori e Personal Fundraiser.

Il meccanismo è semplice: i sostenitori possono diventare Personal Fundraiser e attivare, attraverso il portale, iniziative di raccolta fondi. I donatori possono effettuare donazioni online, direttamente dal portale e partecipare a un’iniziativa di raccolta fondi organizzata da un Personal Fundraiser, facendo una donazione a suo favore.

Ciò che caratterizza Retedeldono rispetto a piattaforme come Eppela, è proprio il Personal Fundraising. Per una ONP implementare il personal fundraising significa invitare i propri sostenitori a diventare attori del processo di donazione, avviando una campagna personale di raccolta fondi. Il Personal Fundraiser è colui che crede in una buona causa e la sostiene non solo personalmente, ma coinvolgendo la sua cerchia sociale nel gesto di solidarietà, invitandola a donare per la causa in cui crede. Tramite i social media queste azioni possono essere rese più efficaci e capillari. Sì, i progetti hanno una durata temporale. Siamo noi ad invitare le organizzazioni non profit a lavorare all’interno di un determinato intervallo di tempo.

E’ innegabile che stiamo sempre più andando verso un nuovo tipo di economia, basata sulla condivisione, sullo scambio di mezzi e prestazioni. Quanto c’entra la crisi, e quanto un nuovo tipo di consapevolezza nelle persone?

Gradatamente anche la nostra società si sta avvicinando a un modello meno assistenzialista, in cui nulla è scontato o garantito e dove l’individuo deve fare la sua parte in funzione delle proprie capacità e possibilità.

Non solo: le persone vogliono decidere consapevolmente a chi donare e per cosa. Stiamo anche assistendo a una sorta di “donor’s fatigue” in cui l’individuo vuole essere il decision maker, vuole essere il protagonista e non accettare più il solito RID, o il mailing da liquidare con una donazione. Ed ecco che qui entra in gioco il Personal fundraising, ovvero l’opportunità per ognuno di appoggiare le cause che più si avvicinano al suo sentire, alla sua visione del mondo, e di sostenerle come meglio crede, coinvolgendo chi gli le proprie reti di affetti e contatti.

Quindi la crisi è certamente un fattore, ma non è l’unico.

Qual’è il valore del dono nella nostra società? Quanto abbiamo da imparare da altre realtà e culture, anche economicamente meno sviluppate?

Gli italiani sono un popolo molto generoso e donano nonostante la crisi, come ci hanno dimostrato anche i dati Doxa e Istituto della donazione. Certamente, stiamo assistendo ad un fenomeno che cambia il tradizionale approccio alla solidarietà: c’è una graduale migrazione dalla “pura beneficenza” alla “solidarietà”, che è un concetto ben diverso.

Le cause che vengono sostenute sono le più disparate, e non necessariamente legate ai più bisognosi, quanto a sostegno della crescita della società in generale. E secondo noi questo è un segnale molto positivo.

Noto sempre di più che la capacità di fare marketing conta molto anche per un ONP, e le modalità di “adescare il cliente” non differiscono da quelle delle aziende classiche (penso alla comunicazione di Unicef, o ai promoter nei centri commerciali…). Non pensi che un’organizzazione etica dovrebbe avere altrettanta etica nel cercare donazioni? O il fine giustifica i mezzi?

Ben vengano le organizzazioni non-profit altamente strutturate e organizzate, capaci di sfruttare al massimo le buone pratiche di marketing. Per adempiere alla propria mission e portare valore a chi ne ha bisogno servono fondi, ed è inutile nascondersi dietro al dito dell’ipocrisia. L’importante è fare le attività di marketing con estrema correttezza, coerenza e trasparenza.

Concordo! Grazie Valeria per la disponibilità e un saluto agli amici di Retedeldono 😉

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CROWDFUNDING: causa, marketing e social media mix vincente. E il ROI? | MarketingArena

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Simone Moriconi

Consulente di Marketing Strategico e Operativo per aziende, PMI e startup.