Press enter to see results or esc to cancel.

La Cucina del Conflitto: quando il marketing si fa “buono”

Conflict Kitchen è un ristorante di Pittsburgh molto particolare: serve soltanto piatti di cucine derivanti da paesi con i quali gli USA sono in conflitto. La strategia è semplice: prima attirano i clienti con buon cibo etnico, poi li coinvolgono in dibattiti geopolitici e culturali sulle questioni scottanti della politica estera statunitense.

Ogni quattro mesi vengono serviti piatti etnici derivanti da un singolo paese: ora ad esempio il topic è Cuba. Nei mesi scorsi hanno rotato i menù di Iran, Afghanistan e Venezuela…prossimamente verrà servita nel piatto la questione coreana.

La cosa bella di Conflict Kitchen è che il locale ha come mission quella di educare i clienti, facendo informazione sui conflitti in atto tra gli USA e altri paesi, andando a fondo sulle controversie aperte, ma anche sulla storia e la politica di questi paesi. E lo fa attraverso eventi e discussioni organizzati con persone che provengono proprio da lì. Un “tavolo di dibattito”, insomma, per discutere le scelte del proprio paese e per aprirsi alla prospettiva di nuove culture.

Il locale si differenzia “facendo cultura” in toto, e non limitandosi a proporre gli aspetti culinari dei vari paesi, come la maggiorparte delle attività di questo genere. Una scelta decisamente intelligente, oltre che socialmente innovativa.

In questo modo, si riesce a sensibilizzare il pubblico su tematiche delicate, creando non soltanto engagement, ma una vera e propria comunità di persone che gravitano intorno al locale e partecipano in prima persona alle iniziative. Se ci pensiamo bene, è una cosa abbastanza rara per un ristorante che di solito si accontenta di avere una “clientela affezionata”.

Quali spunti possiamo trarre dal caso Cucina del Conflitto?

Dal punto di vista strategico, è interessante vedere il calendario editoriale molto ben fatto: sfruttando la flessibilità in cucina riescono a cambiare non solo il menù, ma anche tutta la comunicazione di prodotto che vi ruota intorno nei 4 mesi, incluse le confezioni e il materiale informativo. A dimostrazione dell’importanza del content marketing, sopratutto su progetti di rilevanza sociale, come questo.

Poi, è sempre bello parlare di un case-study di marketing “buono”. Troppo spesso additato (anche da me) come panacea di alcuni mali della società, il marketing è in realtà solo uno strumento, che nelle giuste mani e per le giuste cause può contribuisce alla crescita della consapevolezza e dell’educazione di una micro-comunità locale.

Infine, Conflict Kitchen è una delle interessanti realtà che riflette il cambiamento in atto in una società, quella statunitense, da sempre troppo consumista, individualista e abbastanza “chiusa” nei confronti degli altri paesi (sapete che meno del 10% di americani ha viaggiato fuori dal paese, anche per paura e ignoranza?).

E’ bello quindi vedere come le cose si stanno muovendo, ed emergano sottoculture nuove che sfociano in larghi movimenti anticonsumisti, anticapitalisti e favorevoli a nuove forme di rispetto ambientale e sociale (dal Freeganismo a Occupy Wallstreet). Che, attenzione, non sono soltanto prodotti della crisi, ma processi di un lento ma inesorabile shifting di coscienze in atto.

Comments

3 Comments

bocconidimarketing@gmail.com'
Vincenzo Fortuna

Molto interessante. Focalizzandosi su una determinata nicchia, tra l’altro scelta audace, pare siano riusciti ad intrattenerla e a fidelizzarla 🙂

valentina.gattei@gmail.com'
Valentina Gattei (@Valuita)

mi piace, mi piace, mi piace!

Crowd Commerce, la nuova frontiera delle vendite online | Snacks of Marketing

[…] mercato intorno ai prodotti e servizi non ancora esistenti. E’ chiaro che in questi casi il buon marketing e una comunicazione chiara assumono un ruolo preponderante, dal momento che le tecnologie o gli […]


Leave a Comment

15 + 6 =

Simone Moriconi

Consulente di Marketing Strategico e Operativo per aziende, PMI e startup.