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[Food] Comprare i “prodotti buoni”. Si, ma dove?

Breve excursus sul tema alimentazione. Dati dimostrano, ma non c’è bisogno di quelli, che siamo tutti molto più attenti a quello che mangiamo.

C’è chi la chiama deriva salutista, chi inquadra il fenomeno in una sorta di “risveglio olistico”, chi semplicemente è convinto che in un mondo digitale (accesso e trasparenza), le persone non si fidano più delle finzioni della comunicazione. Devono verificare cosa si nasconde dietro i processi produttivi, le filiere alimentari e la qualità – spesso solo presunta – di ciò che pagano per mangiare.

Allora si cercano i prodotti “buoni”: biologici, origine controllata, Km0, e così via. Il fatto è che non è sempre così facile acquistarli. Mi baso su esperienza personale: trovare cibo (davvero) sano – in termini di tempo, costi, esperienza acquisto – non è cosa semplice.

Ad esempio.

Azienda agricola: fare la spesa dal contadino è la scelta migliore in termini di genuinità. Però si rivela di una difficoltà atroce. Ricercare e trovare le aziende, andarle a trovare, conoscerle… è affascinante, ma è un mestiere. Ci vuole passione e tanto sbattimento. Non è per tutti. E’ il “vorrei ma non posso” di chi ha a cuore la salute ma non ha abbastanza tempo.

Azienda agricola se vendesse online: sarebbe la soluzione più logica. Non hai modo di fare 15 km in auto per prendere il miele? Acquistalo sul sito del produttore. Problema: fate una prova e verificate se le aziende agricole ai vostri Km0 (diciamo anche nel raggio di 20-30) hanno qualche forma di e-commerce. Scoprirete che la maggior parte non hanno nemmeno il sito.

E-commerce verticale sul food (stile Ufoody). Si tratta di portali ben fatti, mettono cura nella selezione dei prodotti, hanno le “chicche”, fanno le promo e gli sconti. Spesso sono startup su ci fa piacere “investire”, con un acquisto. Ma, per ovvi motivi (rotazioni di magazzino e disponibilità) non sempre tutti i prodotti sono disponibili, e bisogna sempre fare i conti con i prezzi (margine + spedizioni). Quando tutto o quasi potrebbe combaciare (cioè quando sono deciso ad abbonarmi ad un servizio, come Cortilia) altro problema: la tua zona non è servita.

E-commerce catena bio (es. Shop NaturaSì): l’ho provato un paio di volte. Il catalogo è ampio, sì, ma ti accorgi che la maggior parte prodotti sono a marchio private label (tipo Ecor) e ti chiedi (magari dopo aver visto la puntata di Report) cosa stai effettivamente acquistando con quel sovrapprezzo. E poi, anche qui, spedizioni troppo alte. Molti e-commerce non sembrano aver capito che il terreno dei costi di spedizione è delicato, spesso è determinante per far arrivare all’ultimo click, il “conferma ordine”. Si potrebbe anche dire: se hai il NaturaSì dietro casa, vai in negozio. OK, ma io voglio fare shopping online, districandomi tra ciò che è genuino davvero e ciò che non lo è. Posso farlo controllando le informazioni, vedendo i siti dei produttori, ascoltando le loro storie. In negozio da mobile? OK, ma voglio l’e-commerce! 😉

Piccolo dettaglio (il “negozietto bio sotto casa”): con tutta la stima e il rispetto per chi tenta di “sfidare” la distribuzione organizzata in maniera indipendente, ricadiamo sulla questione prodotto/ prezzo. Se trovo gli stessi brand della grande catena con un prezzo più alto, torno a chiedermi: per cosa sto pagando?

GAS: un concetto fantastico, quello di acquisto di gruppo. La vera sharing economy nata prima della sharing economy. Acquisto del Km0 autentico e il “sentirsi parte” di un cambiamento che mi fa andare ogni mese a ritirare nel giorno e luogo dello smistamento. Il GAS, appunto, è un impegno. Anche questo, non per tutti. Bisogna crederci. E comunque, anche qui la convenienza ce l’ha chi riesce a smistare – magari in accordo con altri amici – ordini minimi elevati (es. pacchi da 12 monoprodotto). Non sempre si trova qualcuno con cui dividere un ordine sostanzioso. Con il rischio di tenersi a casa cibo che poi va in scadenza.

Cosa rimane?  Il supermercato nei vari reparti bio / salute. Ma siamo punto a capo: bisogna vedere cosa realmente si compra, altrimenti è consumo critico a metà. Produttori “strozzati”, etichette di pura rassicurazione. La via del buon cibo non passa per la grande distribuzione, non per com’è ora.

Che dire?

Approvvigionarsi da attenti salutisti e fare un po’ di “consumo critico” sul food mi sembra ancora complicato, per tutta i motivi in parte elencati, premesso che molti potrebbero non essere d’accordo. In ogni caso, molto dipende anche dalla zona di residenza e dalle motivazioni al consumo (in tutte le fasi di ricerca e acquisto).

Mi viene da dire che siamo abituati troppo bene. Cerchiamo il fast delivery e l’everywhere commerce, ma il consumo responsabile non passa di certo da queste pratiche. Se è vero che compriamo online perché abbiamo “più denaro che tempo” allora dovremmo riappropriarci di quel tempo che ci permette di scoprire chi produce il buon cibo intorno a noi.

Credo anche che, dall’altro lato, chi fa prodotto deve sapersi innovare. Andare verso il mercato, perché il mercato non viene sempre da te.

E poi, servono politiche e investimenti mirati per agevolare l’incrocio (ormai necessario) di domanda e offerta di buon cibo, local, a prezzi giusti, e tenendo in considerazione l’evoluzione tecnologica. Un ruolo del pubblico?

Insomma, credo che tutti i player in campo dovrebbero fare un pezzettino: le opportunità nel settore sono tante e siamo ancora agli inizi.

 

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Simone Moriconi

Consulente Marketing & Digital Strategy.